Il Signor Finkelstein

Jerusalem appt

Dovevo trovare un nuovo appartamento. Mi venne  dunque suggerito di usare i servizi del Signor Finkelstein.

Quando entrai nel suo piccolo ufficio dalle parti di Via King David il cambio dalla luce vibrante del pomeriggio alla semioscurità’ mi rese cieco per qualche istante e quando la mia vista si abituo’a quel cambio repentino quello che vidi mi lascio’ perplesso.

All’interno dell’ufficio del Signor Finkelstein, il caos regnava indisturbato. Carte ingiallite erano ammucchiate dappertutto. Una sedia vecchia e triste era occupata da una malridotta borsa di plastica marrone. Una polvere antica di chissa’ quanto tempo l’avvolgeva come se quella sedia fosse immersa nella farina. Gli scaffali metallici da quattro soldi erano pieni di carta e di elenchi telefonici di anni passati che mai nessuno si era curato di cestinare. Un vecchio poster della El-AL metteva in bella mostra una piacevole attendente di volo vestita nella moda degli anni settanta. Ora, forse quella donna era morta o magari portava la nipotina a spasso camminando lentamente che le vene varicose le davano fastidio.

Dal soffitto pendeva un lampadario di forma straordinaria, con piccole mani che tenevano, o meglio avrebbero dovuto tenere le lampadine che ovviamente mancavano. Il colore giallo di quel lampadario era sposo perfetto della sua stessa forma bizzarra. Non c’erano finestre nell’ufficio del Signor Finkelstein, ma posta di lato una porta restava sospettosamente chiusa.

Lui, il Signor Finkelstein era al telefono continuando a parlare ad alta voce senza neppure degnarmi di uno sguardo. Dopo un periodo che mi sembro’ straordinariamente lungo e non appropriato, se vogliamo considerare il  fatto che io potevo essere un nuovo cliente, il Signor Finkelstein mi fece un cenno con la testa come se finalmente si fosse reso conto che un essere umano era entrato nel suo ufficio. Allo stesso tempo pero’ continuava a parlare al telefono. In Russo.

Mi era stato spiegato che la maggior parte dei clienti del Signor Finkelstein erano immigranti dall’ex Unione Sovietica. Poveracci affamati come locuste e che per i quali trovare un alloggio oltre che una necessita’ era un fatto atavico e quasi disperato dopo gli anni di sofferenza nella patria del comunismo. Il Signor Finkelstein restava pero’ seduto dietro la sua grande scrivania che era fatta di un materiale misterioso e dall’origine incerta. Suddetta scrivania era sommersa da un disordine primordiale che forse era esistito solo all’alba della formazione dell’universo. Un caos tale che sono sicuro mai scrittore riuscirebbe a descrivere. Forse, solo la lente di un fotografo.

Almeno cinque o sei tazze sporche se ne stavano allineate vittime innocenti di una guerra perduta contro l’ordine e la pulizia. Mi facevano pensare a un cimitero di carri armati in miniatura. Mentre me ne stavo sospeso in quel limbo polveroso e insicuro fui assalito dal desiderio di fuggir via da quel buco nero in cui avevo l’impressione di essere precipitato e trovarmi invece un vero agente immobiliare, uno di quelli con un bell’ufficio arioso pieno di luce con una segretaria attraente magari con un bel sorriso, pronta ad offrirmi un caffè’ o una bottiglietta di acqua fresca. Uno di quelli con le riviste nuove messe con cura su di un tavolino lucido disegnato da un creativo italiano o finlandese, di quelle che servono ad aiutare il cliente  a far passare il tempo. Riviste aggiornate e non che avessero ancora il ghigno di Nixon e il Watergate in copertina.

In quel preciso momento come se mi avesse letto nel pensiero, il Signor Finkelstein attacco’ il ricevitore del telefono e uscendo da dietro la sua scrivania si precipito’ a stringermi la mano investendomi allo stesso tempo con una tempesta di parole in russo mischiate alla saliva. Fatto questo che devo confessare non fu bene accetto dal sottoscritto. Mi allontanai di un passo da lui per sottrarmi alla sua saliva e confessai di non parlare russo.

“Che cosa posso fare per lei?” mi rispose il Signor Finkelstein passando a un inglese perfetto e ombrato da un vago accento americano. A questo punto ebbi il forte dubbio che il Signor Finkelstein mi stesse sorridendo ma forse era solo una smorfia lontanamente simile a un sorriso. Fece un passo verso di me e mi tese la mano. Il Signor Finkelstein, esimio agente immobiliare di Gerusalemme, era una di quelle persone che quando stringevano la mano non metteva nessuna forza muscolare nel compire quel gesto. Lascio’ semplicemente le sue cinque dita morbide e indifese nella mia mano quasi come se questo fosse un gesto di fede. Aveva due grandi occhi azzurri resi enormi dalle lenti da astigmatico. Ea basso, quasi calvo, con grossi ciuffi di peli neri e ribelli che gli uscivano con prepotenza dalle orecchie e dal naso.

Indossava un abito logoro, di un vago colore bluastro e che necessitava a mio avviso di un urgente viaggio in lavanderia o meglio ancora verso il più’ vicino bidone della spazzatura. Le maniche della giacca erano troppo lunghe e gli nascondevano quasi per intero le mani così’ che il Signor Finkelstein mentre parlava muoveva in continuazione le braccia in un gesto rapido verso l’alto dando l’impressione che fosse affetto da uno strano tic nervoso.

A volte, le prime impressioni non sono quelle giuste, perché’ il Signor Finkelstein a dispetto delle condizioni del suo ufficio e del suo guardaroba si dimostro’ valido e competente. Dedicato al suo cliente e  profondamente onesto. Era puntuale e pieno di risorse. Vivace e logorroico, ma anche determinato e ottimista. Per giorni e giorni mi scarrozzo’ in lungo e in largo per Gerusalemme mostrandomi diversi appartamenti ognuno dei quali possedeva secondo lui enormi possibilità’ e certamente aveva dei  grandi pregi. Ancora oggi sono convinto che lo pensasse veramente così’ come una madre amorevole non vede le nostre debolezze ma solo i nostri talenti. Il Signor Finkelstein ammirava solo l’aspetto positivo di ogni appartamento. Non importa se fosse troppo piccolo “ma gode di una vista meravigliosa!” o avesse le mura divorate dall’umidità’ “e’in una zona fantastica della città'”, o troppo lontana dal centro , zona in cui io volevo vivere “guardi quanto e’ spaziosa la cucina!” . Resto fermamente convinto che le sue non fossero false pretese da venditore bensì’ convinzioni forti e radicate. Egli non cercava di abbindolarmi. Nutro la convinzione che il Signor Finkelstein considerasse la sua professione alla stregua di una missione, che era poi quella di trovare una dignitosa abitazione per ognuno dei suoi clienti, perché’ come mi disse una volta “ogni essere umano deve avere un tetto sopra la testa”.

Era instancabile. Attraversavamo Gerusalemme a bordo della sua vecchia Ford dal colore indefinibile che aveva deciso di lasciare il passo alla ruggine che avanzava inesorabile sulla carrozzeria. Era sempre convinto che il prossimo appartamento sarebbe stato perfetto per le mie esigenze e dunque per la mia stessa vita come se il Signor Finkelstein mi conoscesse da sempre. La sua energia era infinita come se avesse una potente dinamo interna che non smetteva mai di lavorare.

Avrei voluto conoscerlo meglio, perché’ sono sicuro che dietro alla sua bizzarria, al suo aspetto trasandato e al suo agire peripatetico ci sia stata una storia straordinaria.

Mi piace pensare che un giorno, forse in Paradiso, il Signor Finkelstein si dia un gran daffare per trovare l’appartamento adatto per qualche Santo.

O forse anche per l’Onnipotente stesso.

 

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2 Comments

Filed under blog, history, Israel, judaism, literature, storie

2 responses to “Il Signor Finkelstein

  1. Reblogged this on Casual Raconteur and commented:
    Superb writing. Even if some is lost in (google) translation!

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