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Zia Yentl; Ovvero il Desiderio di Raccontarsi di Quelli Senza Voce

 

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Vi siete mai domandati perche’ raccontiamo storie?

Se facciamo attenzione, in ogni cultura, possiamo notare come sia forte e spesso impellente il desiderio di passare ad altri una conoscenza precisa oppure una diceria vaga e senza confini se non quelli delle storie stesse, ondivaghe, che  fluide passano da persona a persona.

” I talenti epici sono piuttosto frequenti in Oriente. In ogni famiglia c’e’ uno zio che sa raccontare storie. si tratta per lo più’ di poeti silenziosi che rimuginano tra se le loro storie, oppure le inventano al momento e le modificano mentre le raccontano” annota nel suo libro sugli ebrei orientali Joseph Roth (Joseph Roth, Ebrei Erranti, Milano 1985, il libro apparve per la prima volta a Berlino nel 1927 presso le edizioni  ‘Die Schmiede’). Ancora Walter Benjamin come “Considerazione sull’opera di Nicola Leskov” aveva predetto la morte dello scrittore-narratore, di colui cioè’ che costruisce la sua narrazione sulle storie raccontate da altri.

Provate ad immaginare, in qualsiasi tradizione popolare una figura come ad esempio quella della zia Yentl, tipica della tradizione letteraria dell’Europa Orientale. Esattamente come fa la zia Yentl nel racconto L’Immagine (Isaac Bashevis Singer, L’Immagine, Milano 1987, traduzione di Mario Biondi): Zia Yentl si sfrego’ la fronte, quasi si fosse dimenticata che ne aveva in mente una. “Che cosa? Ah si! E’ successo a Krashnik…”

Il raccontare storie e’ un’arte antica e condivisa da molti popoli. A volte quest’arte rivive laddove era stata dimenticata o smarrita.

Noi dobbiamo raccontare. I poveri e derelitti lo fanno spesso. Se vi fermate per strada a parlare con un vagabondo, di quelli che puzzano e sono vestiti di cenci neri e lisi simili ad un cielo invernale ricco di nuvole grasse, potreste scoprire gemme inaspettate.

Ho scoperto da tempo, che quelli che noi riteniamo senza voce, invece a volte, ne hanno una molto forte.

Impariamo ad ascoltarli.

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Shmul-Leibel e Shoshe, A Love Story

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Oggi sono stanco di leggere e di vedere intorno a me storie negative, fatte di morte, terrore e merda.

Dunque ho deciso di offrirvi una storia d’amore; quella di Shmul-Leibel e Shoshe, protagonisti di  Breve Venerdì, uno dei racconti piu’ toccanti della letteratura europea dello scorso secolo, scritto da Isaac Singer  e definito da Claudio Magris “uno dei più bei racconti coniugali della letteratura contemporanea”.

Questo racconto e’ storia di un amore vero. Quello grande che resiste al tempo pur mantenendosi vivo e costante. I due protagonisti di questa storia Shmul’Leibel e Shoshe appunto racchiudono in loro tutta l’essenza dell’amore stesso; la completa unione delle due anime e la fusione del loro spirito. Addirittura sino al sacrificio finale.

Shmul-Leibel e Shoshe si amano di un amore profondo e romantico, seppure senza mai diventare tragico. La loro e’ una semplice storia d’amore di quelle che ne vorresti sempre. I due vivono la loro vita semplicemente, nella loro dignitosa povertà’, ricchi della felicita’ coniugale e nel rispetto delle loro leggi. “Shoshe lo aiutava in tutti i modi possibili, ogni giovedì andava a ore presso le famiglie ricche per lavorare la pasta […]. Era inoltre una sarta più’ brava del marito, e quando lui incominciava a sospirare oppure si gingillava e borbottava tra se e se […] Shoshe gli toglieva il gessetto tra le mani e gli mostrava come doveva continuare”.

Anche se pura, non manca la sensualità , ma si tratta di un’espressione del corpo tesa a soddisfare l’anima più che i sensi stessi. I due si amano profondamente e da qui nasce lo stupore di Shmul-Leibel; “Egli avrebbe voluto rispondere, e invece le suggello’ le labbra con un bacio. Poi la prese e ne amo’ il corpo. Ogni volta che Shoshe gli si concedeva, il miracolo della cosa lo stupiva di bel nuovo. Com’era possibile che lui, Shmuel-Leibel possedesse un simile tesoro tutto per se’? […] A questo punto le accarezzo’ il viso, il collo e i seni […] e Shoshe che lo amava e traeva piacere dalle sue carezze, lo lascio’ fare”.

Marito e moglie sono due personaggi in uno. L’uno non potrebbe esistere se non esistesse l’altro. Essi si completano perfettamente in un’armonia rara, abbracciati alla perfetta stesura narrativa del racconto. Anche la morte stessa e’ solo apparente. Mero passaggio da uno stato fisico a uno spirituale e di gran lunga migliore, dove regna la felicita’ assoluta. ” Si, i brevi anni di tumulto e di tentazioni erano finiti. Shmuel-Leibel e Shoshe avevano raggiunto il vero mondo. Marito e moglie tacquero. Nel silenzio udirono un battito d’ali, un canto sommesso. Un angelo di Dio era venuto a guidare Shmuel-Leibel e sua moglie Shoshe in Paradiso”

 

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Good Night, Woman.

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Ciao, Maya.

(Maya Angelou, 1928-2014)

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Decalogue For a Reader

  1. You have the right to read                               oldbooks
  2. You have the right to read whatever you want
  3. You have the right to stop reading a bad book
  4. You have the right to stop reading a good book
  5. You have the right not to like a famous book
  6. You have the right not to like any book
  7. You have the right to reread the same book
  8. You have the right to be bored by Moby-Dick
  9. You have the right to not understand a book
  10. You have the right to read sitting on the toilet

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Dedicato a Tutte Le Lavandaie del Mondo.

Vecchia lavandaia

Nel libro autobiografico dello scrittore Yiddish, Isaac Bashevis Singer, e’ contenuto uno dei racconti forse più’ belli della letteratura del Novecento: La Lavandaia.

Narra la storia triste e dignitosa della vecchia donna “gentile” che ogni settimana lavava il bucato dei Singer per pochi soldi. Questa donna anziana e sola, abbandonata da un figlio ricco, si ostinava malgrado la sua eta’ a continuare il faticoso lavoro di lavandaia (siamo all’inizio del novecento). Faticava immensamente per non dipendere da nessuno e per onorare “l’amore per il lavoro che e’ una benedizione”. Alla fine della storia durante un inverno durissimo e dalle temperature polari la vecchia va a prendere un grosso carico di  biancheria da lavare. Ma invece di restituirlo dopo pochi giorni come era solito fare, sparisce e torna, ancora più’ curva e più’ vecchia dopo due mesi. Dice di essere stata molto malata, letteralmente in fin di vita “ ma non potevo riposare in pace nel mio letto a causa del bucato […]. Il bucato non mi lasciava morire”.

Al mondo che urla e cerca costantemente  di apparire, Il mondo globale e quello dei selfie. A quello che crede che tutto sia dovuto e per sempre. Quello sordo alle violenze siano esse della guerra civile in Siria o al piano di sotto nel nostro condominio. A quel mondo di furbi che non hanno mai fatto nulla nella loro vita ma che vogliono tutto comunque, ai disonesti. A quelli che rubano all’Expo di Milano o imbrogliano le vecchiette al bancomat. A quelli che vogliono essere primi ministri così’ che possono salvare le loro aziende. A tutti questi e a questo antepongo la vecchia lavandaia di Singer.

Donna senza voce. Che non e’ mai apparsa. Che non ha mai strillato. Che non si aspetta nulla dalla vita se non la giusta ricompensa per aver fatto il proprio lavoro e bene. E a tutti quelli come lei, quelli senza voce, che sono l’elica del mondo e che lo spingono avanti in silenzio ma con dignità, voglio esprimere la mia ammirazione e la mia gratitudine.

Grazie.

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El Sonador Encantado: Gabriel Garcia Marquez (1927-2014)

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Adios Maestro y gracias por dejarnos sonar.

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Ipotesi Sul Romanzo.

 

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La frase di Adorno, che scrivere una poesia dopo Auschwitz e’ un atto di barbarie e’ una frase terribile che presenta due possibilità’ d’interpretazione. Entrambe valide.

Auschwitz come anus mundi e quindi come distruzione totale  dell’uomo che non può e non deve contemplare la possibilità di poetare in quanto lo scrivere poesia può essere inneggio alla vita. E’ questa una visione nichilista della letteratura, seppure di un nichilismo non naturale ma bensì indotto dalla drammaticità ultima di Auschwitz che non può essere dimenticata. Del tutto simile ad un’esplosione atomica che contamina per migliaia di anni il mondo intorno all’epicentro dello scoppio e che impedisce la rinascita di una qualsiasi forma di vita.

In quest’ottica la frase di Adorno e’ senza dubbio da ritenersi valida sotto tutti i punti di vista. Ma la letteratura in generale e in particolare quella ebraica non e’ più la stessa. Essa e’ morta. Passata attraverso il camino. Dispersa nel cielo sotto forma di un fumo azzurrognolo, dall’odore acre.

Morta, quindi, ma poi tornata a nascere sotto altre spoglie. Piena di dolore. Di drammatico silenzio. Di parole urlate sulle pagine bianche dei libri. Carica di memoria. Ed essa riempie di responsabilità il lettore, divenendo terapia per chi scrive. Ma anche ulteriore e intrinseco sviluppo della letteratura stessa che ha scoperto un nuovo e impensabile limite, quello del dolore senza fine. Delle domande senza risposte. Del pianto senza lacrime, quello dunque dell’anima mutilata.

In quest’ottica quindi, la frase di Adorno si presta all’altra interpretazione cioè che compiere tale atto di barbarie diventa necessario, passo fondamentale per la rinascita stessa di quella parte della letteratura morta passando per il camino. Come ha scritto, nonostante Auschwitz, con inimmaginabile sofferenza Primo Levi nella splendida “Alzarsi” “…tornare, mangiare, raccontare…”.

Romanzo del ricordo definirei quindi molti di quelli scritti dopo Auschwitz, tra cui quelli di Primo levi, Elie Weisel, Jean Amery, Paul Celan o di Peter Szondi. Romanzo del ricordo dunque ma anche dell’orrore e del male creato dall’uomo. Orrore che deve essere raccontato. Ad ogni costo, perché’ la testimonianza deve diventare Letteratura. Letteratura del ricordo. Dell’ode disperata a chi e’ stato distrutto. Letteratura quindi come antidoto dell’odio. Forse l’ultimo avviso all’uomo stesso che e’ stato capace di pensare, creare Auschwitz. E forse tale letteratura può’ ricondurre l’uomo sui propri passi. Farlo tornare ad essere uomo. Forse a ritrovare la sua vera identità  e mondarsi dunque dell’inenarrabile.

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L’Ultimo Cantore: Isaac Bashevis Singer (II)

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…La vita cambia radicalmente per Isaac. Continua il suo allontanamento dai costumi chassidici. Ha una relazione, la prima di una certa serieta’ con una donna più grande di lui: Gina Halbstark. Nel 1925 scrive il racconto In the World of Chaos, in cui il protagonista e’ un cadavere che non sa di essere morto. A questo seguono altri racconti, tra cui Oyf Der Elter (In Vecchiaia). Prende  a fare traduzioni di opere importanti della narrativa moderna , come Pan di Knut Hamsun, Romain Rolland  di Stefen Zweig e Niente di Nuovo Sul Fronte Occidentale di Enrich Maria Remarque.

Nel 1934 esce a puntate sul periodico Globus, quello che poi diventera’ il suo primo e unico romanzo pubblicato in Europa e che restera’ uno come uno dei suoi piu’ belli: Satana a Goray. La critica che riceve e’ senza dubbio positiva, anche se qualcuno lo accusa di non aver presentato gli ebrei sotto una buona luce specialmente in un momento di pericoloso antisemitismo.

Il 1935 diventa l’anno della svolta nella per Singer. Lascia la Polonia, dove l’aria iniziava a diventare pesante per gli ebrei, cosi’ come in molti altri paesi europei, ed emigra negli Stati Uniti su invito del fratello Israel, che l’anno prima era divetato redattore del quotidiano americano-yiddish Jewish Daily Forward. Partendo, oltre alle ansie e ai timori per il suo futuro, Isaac lascia Runya, la donna da cui aveva avuto il suo unico figlio: Israel. Anche se madre e figlio gia’ vivevano nell’Unione Sovietica, dove Runya, fervente comunista si era rifugiata. Lei in seguito si sposera’ con un commerciante ebreo e andra’ a vivere in Israele, mentre il figlio diventera’ giornalista e traduttore di alcune delle opere di suo padre.

Ma la vita negli Stati Uniti come per molti altri emigranti all’inizio non si presenta facile.  Arrivato con un semplice visto turistico, Singer ha grossi problemi di ambientamento oltre che di carattere legale. Subisce insomma un vero e proprio shock culturale. In seguito dira’ “…avevo l’impressione di aver perso le mie radici e di non poter piantarne altre in questo paese…”. Anche la sua vena creativa segna il passo. Sul Forward pubblica solo qualche articolo e usa spesso gli pseudonimi di Isaac Warshawasky o David Segal. Addirittura non riesce a completare il romanzo iniziato a Varsavia; Messias the Sinner, mente il fratello piu’ grande con l’eccellente romanzo I Fratelli Ashkenazi raggiunge la fama letteraria. I suoi parenti che erano rimasti in Polonia vengono deportati e moriranno di assideramento e stenti.

Nel 1937, durante una breve vacanza suoi monti Catskill, Singer incontra un’emigrante tedesca, sposata e madre di due bambini: Alma Wassermann. Isaac e Alma inizieranno una relazione clandestina che terminera’ con il loro matrimonio qualche anno dopo. La Wassermann sara’ una presenza molto importante a fianco di Singer che come lei stessa ha ammesso una volta, non aveva un carattere facile.

Di li’ a poco entra a far parte dello staff regolare del Forward e riprende a scrivere. Purtroppo nel 1944 a soli cinquant’anni muore d’infarto il fratello. la scomparsa di Israel ha su Singer un doppio effetto. Se da un lato egli piange la scomparse del suo maestro e padre spirituale, dall’altro avverte la liberazione di quel senso d’inibizione che il celebre fratello involontariamente gli causava.

Gli giunge una nuova ispirazione e scrive alcuni racconti lunghi racconti: Zeidlus il Papa, Dal Diario di Un Non Nato, La Distruzione di Kreshev. Chi leggera’ questi racconti non riesce a capacitarsi, pur se scritti in modo magistrale, a chi possano interessare quelle storie piene di spiriti e demoni in una Polonia sparita che non esiste piu’. Eppure, nonostante lo scetticismo, i suoi lavori iniziano a prendere piede tra i lettori, lanciando chiari segnali del successo che di li’a poco arrivera’…

(continua)

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L’Ultimo Cantore: Isaac Bashevis Singer (I)

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Oggi, troppo spesso tendiamo a dimenticare. La nostra memoria diventa sempre piu’ debole e obliqua. Molti non hanno piu’ voce. Essa e’ stata spazzata via dal tempo o dalla violeza. Umilmente Attenti Al Lupo cerca di raccontare chi non puo’ piu’ farlo. Isaac Bashevis Singer e’ stato il grande narratore dell’ebraismo orientale, quello stesso che e’ stato spazzato via dalla follia nazista.

Proviamo dunque a ricordare.

Isaac Bashevis Singer nasce nel piccolo villaggio polacco di Leoncin il 14 luglio 1904. Figlio di Pinchos Mendel e Basheva. Il padre rabbino, e’ un fervente seguace del movimento chassidico, una corrente mistico-popolare fondata nel XVIII secolo dal Baal Scem Tov, in opposizione al razionalismo e al formalismo talmudico. Il padre si Singer e’ un uomo estremamente pio e interamente dedito a Dio e alla preghiera mentre la madre e’ costretta a preoccuparsi della vita quotidiana della famiglia che da un punto di vista economico non naviga certo in buone acque. Per questo motivo i Singer decidono di trasferirsi prima a Radzymin (1907) e l’anno successivo a Varsavia, capitale della Polonia e centro piu’ importante del giudaismo orientale.

La famiglia Singer andra’ ad abitare in un appartamento minuscolo e malsano di via Krochalma nel cuore del quartiere ebraico; quella stessa via che tornera’ spesso nei suoi scritti  come uno degli habitat preferiti dai protagonisti delle sue storie. Infatti nella Krochalma la tipologia umana e’ talmente varia da essere perfetta per la creazione di molti  variegati ed indimenticabili personaggi singeriani. Ladri, rabbini, prostitute, madri di famiglia, giovani studenti di yeshivah e avventurieri di ogni risma.

Anche a Varsavia pero’ la vita non si rivela tra le piu’ facili. In piu’ i genitori di Isaac per convincerlo dell’esistenza di Dio prendono a narrargli innumerevoli storie di demoni, diavoli, spiriti malvagi che vengono sulla terra per dannare gli uomini in generale e gli ebrei in particolare. alla sua angoscia infantile Isaac trova conforto nell’amicizia della piccola Shosha, sua vicina di casa e coetanea che gli dara’ lo spunto per il magnifico personaggio, forse uno dei piu’ belli di tutta la sua narrativa, dell’omonimo romanzo.

Negli anni antecedenti la prima guerra mondiale (dunque quando era ancora molto giovane) Isaac pur senza maneggiare perfettamente l’alfabeto ebraico, inizia a leggere di nascosto la Cabbala cioe’ l’insieme delle dottrine mistiche ed esoteriche della tradizione ebraica che riguardavano Dio e i misteri piu’ profondi dell’universo e che si ritenevano fossero rivolte a un numero esiguo di persone. Inizia anche a scrivere, e nei suoi primi appunti dimostra di non gradire l’educazione ebraica tradizionale, come infatti ha detto  lui stesso “…tutto era peccato nella nostra casa…disegnare era peccato…correre anche…tutto insomma aveva una chance di diventare peccato…”.

Nel 1914 la famiglia Singer si trasferisce finalmente in un’appartamento piu’ grande, addirittura con il bagno e l’allacciamento del gas. In questo periodo il fratello maggiore Israel Joshua, inizia ad occuparsi di letteratura e filosofia e a dubitare nello stesso tempo di Dio e del libero arbitrio e influenzando in questo modo il giovane Isaac. E’ bene ricordare che Israel Singer diventera’ a sua volta un grande scrittore, autore di epici ed indimenticabili romanzi di grande respiro storico e narrativo come I Fratelli Ashkenazi e La Famiglia Carnovsky.

Isaac intanto, prende a trascurare le letture religiose e strettamente ebraiche avvicinandosi anch’egli a letture profane. Di nascosto dal padre legge Delitto E Castigo di Dostoevskij e scopre Spinoza di cui si appassionera’ oltre misura. Con il procedere della guerra, a Varsavia giungono schiere di fuggiaschi russi e scoppia un’epidemia di tifo. Il fratello Israel che aveva disertato la chiamata alle armi ed era scomparso per alcuni mesi, riesce a pubblicare il suo primo racconto sulla vita chassidica in Polonia. Varsavia non e’ piu’ abitabile, e i Singer, tranne il padre di Isaac, Pinchos Mendel, si trasferiscono in campagna  a Bilgoray, paese d’origine della madre. In questo periodo, Isaac, inizia  a leggere Strindberg, Turgeniev, Tolstoj, Maupassant, Cechov ed inizia a dare lezioni d’Ebraico per guadagnare qualche soldo.

Nel 1919 torna a Varsavia per andare a studiare nel seminario rabbinico di Tachkemoni; ma nel giro di qualche settimana l’abbandona, anche perche’ quello che gli veniva insegnato, lui, Isaac, lo conosceva gia’. Nel frattempo il fratello Israel diventa coeditore della rivista Literarische Blatter e gli trova un posto da correttore di bozze. Isaac pero’ non riesce a scrivere nonostante ci provi con tutto se stesso. Medita addirittura il suicidio. Poi finalmente ha un’illuminazione: capisce che per scrivere deve usare la sua lingua, quella che ‘e veramente sua.

L’Yiddish. D’ora in poi scrivera’ solo in questa lingua…

(continua)

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Leggera come come una corona di piume

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Scusate il ritardo.

Attenti al lupo è un blog che vuole dare voce a quelli che spesso vengono dimenticati. O che sono considerati meno di altri o che non si possono difendere. In un mondo veloce e troppo spesso effimero come il nostro noi rischiamo spesso di “dimenticare”. Ho scelto di scrivere un “post” atipico (come del resto ho già fatto altre volte) come mio personale contributo alla memoria.

Leggera come una corona di piume: La Letteratura Yiddish.

La letteratura Yiddish ci appare come vero e proprio simbolo dell’epica. E’, infatti, una letteratura che nasce in situazioni particolari e sicuramente irripetibili. Germinata da comunità granitiche e organiche che tuttavia esprimono tradizioni millenarie e valori universali.

Una delle caratteristiche più importanti della letteratura yiddish è che riesce a trasmettere questi valori e tradizioni in modo accessibile e immediato a tutti i suoi lettori, anche se questi non appartengono per nulla al mondo ebraico, ma anzi ne sono lontani per estrazione e cultura. La letteratura Yiddish riesce così come altre più conosciute (ma non per questo più importanti), a tramandare il retaggio del proprio passato e a fornire insegnamento sui valori che governano la società degli uomini e che muovono le loro anime. Questo, si badi bene, avviene in modo spontaneo, basandosi su valori comunitari e dunque lontani da formulazioni solipsistiche che escludono tutte le altre realtà. E’ da notare il fatto rilevante che la letteratura Yiddish proviene dalla matrice religiosa che fa capo alla Legge Talmudica e tratta quindi di valori universali e necessari che vanno dal rapporto Dio-uomo, a quello più terrestre e coniugale come quello tra marito e moglie per giungere a quello basilare del rapporto dell’uomo stesso nei confronti dei suoi simili.

La produzione letteraria in Yiddish prende a diffondersi soprattutto in Germania durante il medioevo. Il fatto di non poter usare la lingua sacra cioè l’ebraico per questioni non relative alla religione aiutò il normale sviluppo della lingua popolare degli Ebrei dell’Europa settentrionale e orientale, l’Yiddish. Questo linguaggio era usato per gli affari di tutti i giorni ed era dunque per forza di cose scevro da ogni sacralità. Quest’idioma popolare diventerà lingua, trasformandosi in sfondo perfetto su cui si proietteranno le domande e le necessità letterarie del popolo ebraico in quella zona dell’Europa che dalla Germania va verso l’Oriente.

Antichi poemi cavallereschi come il Dukus Horant, il Majnster Hiltibrant e il Ditrich fun Bern furono insieme a poemi epici biblici come il Padre Abramo e il Giusto Giuseppe le prime opere composte o riadattate secondo il gusto ebraico. Autori principali di questa trasformazione erano i cantastorie ebrei, i quali abilmente ricostruivano tali narrazioni per fa si che il popolo le potesse apprezzare. D’altronde come possiamo facilmente immaginare il mondo degli ebrei nel medioevo, era troppo lontano da quell’ideale epico e cavalleresco che invece si andava diffondendo nel resto dell’Europa cristiana. Ha, infatti argutamente detto M. Erik che i romanzi cavallereschi yiddish sono “romanzi senza cavalieri e senza cavalleria”. L’attenzione della gente più che alle scene di guerra e alle battaglie che erano opportunamente eliminate dai cantastorie, era incentrata invece sulle storie d’amore e sui fatti meravigliosi di cui tali poemi erano piene. E’ interessante notare come le stesse autorità religiose ebraiche erano contrarie a questi adattamenti che erano considerati dei veri libri folli e dunque veramente nocivi alla morale della gente.

Mentre i poemi cavallereschi traevano punto per forma e contenuto da quelli tedeschi e solo in seguito da quelli celtici e francesi, la poesia religiosa tradizionale, altro filone dell’antica letteratura Yiddish, attingeva le sue storie dalla Bibbia e dai midrasim. Bisogna porre l’accento che anche questi componimenti potevano avere la forma dei romanzi cavallereschi e spesso recavano echi della situazione sociale in cui vivevano gli ebrei come ad esempio nel poema epico Il Giusto Giuseppe, realtà la loro che era spesso veramente dura.

L’opera più indicativa di questa tipologia di letteratura è sicuramente il Libro di Samuele che descrive con aria ispirata la Storia d’Israele e fa della figura di Davide il centro di quella storia.

Durante il Rinascimento la letteratura Yiddish ha il suo esponente più importante in Elia Levita che fu anche il maestro a Roma del cardinale Egidio da Viterbo, e fu autore del Bovo-Buch e di Paris un Vien.

I secoli che seguirono furono molto difficili, addirittura drammatici per gli ebrei. Le persecuzioni e le distruzioni diventarono soprattutto nell’Europa Orientale sempre più cruente e incessanti. L’unico paese dove gli ebrei avevano stanziato le loro comunità, e che concedeva loro, una certa forma di tolleranza era l’Olanda. Ad Amsterdam fu data alle stampe la prima traduzione della Bibbia in yiddish seguendo il modello olandese dell’antico testamento, senza la traduzione in ebraico.

In seguito la letteratura Yiddish conobbe un lungo periodo di pietrificazione di eventi letterari. Le gravi difficoltà del tempo eressero la religione a unica fonte di vita e di speranza, alla quale tutto il popolo ebraico si strinse come un unico corpo per riceverne speranza e conforto.

Ma è impossibile tenere soggiogato per sempre lo spirito umano e la necessità antropologica degli uomini di raccontare e raccontarsi. Nel XIX secolo avvenne, infatti, una vera e propria esplosione di talenti e di significati che arricchirono in modo definitivo la letteratura Yiddish. Nello sviluppo contemporaneistico di questa possiamo distinguere due momenti fondamentali: il primo che va dal 1863 circa al 1917 e quello successivo dalla fine della Rivoluzione Russa fino agli anni 80-90 del XX secolo. I caratteri salienti del primo periodo (1863-1917) segnano l’evoluzione delle forme letterarie primitive e se vogliamo anche abbastanza semplici che abbiamo analizzato ad altre indubbiamente di struttura e contenuti più importanti ed elevati.. questa caratteristica strutturale della letteratura Yiddish di questo periodo va inserita in una tendenza che era tipica del movimento illuministico e che considerava la letteratura come un vero e proprio strumento per la diffusione culturale tra la gente e dunque capace di installare un maggior senso di libertà e una più forte coscienza dell’assoluta autonomia dell’arte.

Dopo il 1917 le istanze della letteratura Yiddish cambiano forma conseguentemente ai grandi eventi storici che caratterizzeranno la prima parte del secolo scorso. Gli ebrei, nonostante la grande illusione della Rivoluzione Russa avvertono una volta di più che il loro destino è di essere sempre e comunque diversi. E questa loro apparente diversità si esprimerà in termini sempre più marcati nei confronti del mondo che li circonda. Basti pensare allo sviluppo di quella che vorrei definire come letteratura d’emigrazione caratterizzata dalle storie su ebrei che sono emigrati. Soprattutto negli Stati Uniti con le loro tristi e sofferenti parabole di un continuo esilio e della loro fatica per un’affermazione nel Nuovo Mondo.

Anche gli ebrei come molte altre etnie emigrate negli Stati Uniti ricostruiranno nei limiti del possibile quello che era il loro vecchio ambiente cercando di riannodare insieme le loro tradizioni che pure l’ennesimo e forzato esilio non è riuscito a spezzare. Inevitabilmente però il nuovo si mischierà a queste memorie in modo direi deciso e ineluttabile. Con forza le pagine della letteratura, della nuova letteratura yiddish si riempiranno di una linfa nuova e diversificata, quella che riguarda cioè il mondo americano che presto diventerà tessuto fondamentale per gli scrittori ebrei americani.

Con l’Olocausto la letteratura Yiddish sparisce quasi completamente dalla faccia della terra. Di quell’eccezionale fioritura culturale che animava soprattutto l’Europa Orientale, non restano che poche e tristi vestigia. Che senso può avere lo scrivere dopo Auschwitz? E dello scrivere di un mondo che non esiste più?

Che cosa è restato dopo la guerra della Letteratura Yiddish e quale contributo questa può ancora dare all’umanità?

Invito però il lettore che abbia voglia di accostarsi o tornare a questa letteratura, essa offrirà un universo fantastico e pieno di una sensibilità che raramente si può trovare in altre storie letterarie. Si tenga sempre a mente che la letteratura Yiddish è basata sulle vicende e sulle storie della piccola gente. Di modeste creature che molto spesso trascinavano le loro vite difficili in un universo ostile e molto spesso crudele, vivendo comunque le loro storie con la passione e l’amore verso la vita che nonostante tutto solo chi soffre veramente può avere.

Credo che nel leggere i lavori di Mendele, Mocher Sforim, Shalom Aleichem, Shalom Asch, dei fratelli Singer, o di Bergelson, Markish, Kulbak,Opatoshu, Peretz, Pesach Marcus, Chaim Grade e altri noi potremmo onorare la memoria di quelli che erano descritti da questi nelle loro opere e far in modo che la memoria resti viva per chi, come i sei milioni furono annientati dalla barbarie dell’uomo.

Dzialoszyce-synagogue

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