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Il Violinista di Ben Yehuda

Fiddler

Dalle finestre di casa mia entrava una melodia mediorientale lenta e simile a un lamento infinito ma nello stesso tempo composto da una magia che fino a quel momento non avevo mai conosciuto. Era come se quelle note fossero in realtà’ angeli che danzavano liberi nell’aria tiepida. Quella musica continuava dal mattino alla sera quando si mischiava al rumore che arrivava dalle vie circostanti.

Il mio palazzo si trovava infatti in una delle zone più’ vivaci di Gerusalemme. C’erano negozi di tutti i tipi e per tutte le tasche. I bar erano numerosi e i tavolini si confondevano a quelli dei ristoranti per turisti sempre pieni di gente che beveva, mangiava, rideva, raccontava e si parlava addosso.

I musicisti da strada si esibivano di continuo. Uno in particolare mi aveva colpito per la sua abilita’. Era un violinista che mi ricordava quello magro e accovacciato sul tetto di “Fiddler on the Roof”, quello stesso che alla fine del film segue Tevye e la sua famiglia cacciata insieme a tutti gli ebrei da Anatevka.

Era magro e allampanato. Altissimo. Con i vestiti che sembrava non volessero stargli addosso. La sua musica era incalzante ma nello stesso tempo triste.

Musica da Shetl. Musica da fantasmi e dybbuk. In fondo era quella musica da morti. Avevo iniziato a scoprire che qui a Gerusalemme anche i fantasmi potevano essere compagni di viaggio.

A lungo restavo in piedi ad ascoltare quel musicista appoggiato a un muro scrostato. Lo “struscio” notturno di Ben Yehuda era in pieno svolgimento come se all’improvviso tutti si fossero dati appuntamento in quella parte’ della città’. La gente se ne stava seduta ai tavoli di bar e ristoranti a parlare, bere, mangiare, ridere. I camerieri con sveltezza entravano e uscivano dai locali zigzagando in mezzo a tavoli e tavolini portando destramente sui loro vassoi varie quantita’ di cibo e bevande. Mischiati a quella folla, camminavano tranquillamente soldati con volti infantili di entrambi i sessi. Erano poco più’ che ragazzi e pure portavano a tracolla minacciosi fucili mitragliatori. Lo facevano con una distratta normalita’ come se quella fosse la cosa più’ semplice di questo mondo. Tristemente per loro, lo era.

In mezzo a questo quotidiano purim serale Mordechai continuava a suonare la sua musica meravigliosa. Un passante distratto di tanto in tanto lasciava cadere una piccola banconota o qualche moneta in un barattolo di latta che teneva ai suoi piedi.

Mordechai era un fantasma tornato da un mondo sparito e lontano. In quella grande confusione la sua musica saliva al cielo e forse andava direttamente alle orecchie di Dio. Quasi fosse una preghiera. Una supplica per il Creatore dell’universo.

Feci la sua conoscenza per caso qualche giorno dopo.

A pochi metri dal portone del mio palazzo c’era un piccolo caffè’ che io avevo eletto mia prima tappa quotidiana. Me ne stavo seduto a un tavolino in penombra, mi accendevo la seconda sigaretta della giornata, ordinavo un caffè’ espresso accompagnato da una bottiglietta di acqua minerale non gasata e iniziavo a legger il Jerusalem Post che essendo in inglese potevo comprendere.

Quel mattino la strada era ancora assonnata e semi deserta. Il sole giocava sapiente con le ombre che lui stesso creava. Spunto’ all’improvviso in mezzo a quel gioco di luci estivo. Mordechai camminava lentamente venendo verso di me. Lo faceva tenendo la testa reclinata leggermente in avanti e con le mani dietro la schiena. I suoi vestiti erano logori e sporchi e sembravano essere più’ appesi a una stampella ambulante che indossati da un essere umano. Una barbetta rada gli incorniciava il volto emaciato e quasi senza carne. Mentre passava davanti a me si fermo’ di scatto come se fosse stato assalito da un pensiero improvviso. In quel momento mi vide e piegando la testa da un lato, mi sorrise beffardo, mostrandomi i suoi denti che erano scarsi e marci e di un colore indefinibile perso tra il giallo e il nero. Si avvicino’ al mio tavolino chiedendomi qualche cosa in ebraico.

“mi dispiace ma non parlo ebraico” dissi in inglese. Mordechai non si scompose più’ di tanto. Assenti’ con un gesto impercettibile della testa lanciandomi uno sguardo che mi parve beffardo. E subito dopo passo’ a un inglese perfetto.

“Vuole gentilmente offrirmi una sigaretta?”

Mordechai aveva gli occhi da pazzo. Erano enormi. Due buchi neri infiniti. Aveva un naso rosso, gigantesco, attraversato da piccole vene azzurre che s’intricavano tra di loro come se fossero una minuscola rete stradale.

“Prego” dissi, prendendo il pacchetto di sigarette dal taschino della mia camicia. Mordechai l’afferro’ con la mano sottile dalle dita straordinariamente lunghe. Lunghe come non ne avevo mai viste in vita mia. Dopo che l’ebbe accesa aspiro’ una boccata ingorda facendo bene attenzione a tenere parte del fumo dentro quei polmoni che immaginai essere in condizioni disperate.

“Ah! buona”

“una di più”? Per dopo?” fu la mia offerta.

Il Violinista di Ben Yehuda mi guardo’ in silenzio sgranando quei suoi occhi enormi pieni di pazzia.

“tu sei un principe, e io accetto la tua offerta. Uno schnorrer come me non rifiuta mai le rare offerte generose che riceve”

Lo invitai a sedere con me.

“perche’ non siede con me e mi tiene compagnia, sempre che lei non abbia fretta o debba andare in qualche posto”

Ancora adesso dopo tanto tempo avverto ancora sulla pelle lo sguardo da folle di Mordechai che resto’ a fissarmi in silenzio. Non posso dire per quale motivo l’avessi invitato. Cosa sperassi di apprendere da quella conversazione. Forse era solo perché’ l’avevo sentito suonare in modo sublime quasi da far diventare il suo violino un essere umano con la musica che sembrava essere ora gemiti dolorosi, ora risate felici ora lamenti millenari. Forse tutto questo mi aveva fatto crescere la voglia di conoscere la sua storia che prevedevo fantastica. Ero curioso di sapere di più’ su di lui, che pur sciorinando risposte che a prima vista non avevano alcun senso doveva aver vissuto in modo diverso. Qualche cosa in lui si era rotto. L’onda della sua vita aveva smesso di spingere verso la riva comune e invece se ne era tornata verso il mare aperto. Verso l’oblio.

O forse gli avevo chiesto di sedersi al mio tavolo perché’ ero solo.

Solo come un cane.

Con un ghigno Mordechai si sistemo’ comodamente su una sedia vicino a me.

“siedo volentieri fratello mio sconosciuto, ma non solo per un caffè’, che ne diresti invece di offrirmi una colazione intera?”

Decisi che un paio di Marlboro e una colazione fossero un giusto prezzo da pagare per fare la conoscenza con il fiddler di Ben Yahuda.

Mi sussurro’ il suo nome sotto voce, quasi fosse un segreto di stato.

“Mordechai. Il mio nome e’ Mordechai e del tuo invece non mi interessa. Non voglio sapere come ti chiami.”

Mi guardava beffardo e per nulla imbarazzato dalle rovine che una volta erano state i suoi denti. L’espressione del volta stava mutando diventando oscura e minacciosa. Avevo capito che non potevo aspettarmi da lui risposte normali. Tentai di cambiare argomento.

“che cosa desidera per colazione?”

“paste…io amo le paste e tutte le cose dolci che esistono in culinaria, come il lakach che qui in Israele si mangia alla vigilia del Capodanno. E’ buono, fatto con il miele…ti piace il miele? Ah! Io ne vado pazzo! Ah! Così’ come amo le gallettes des rois a’ la frangipane, e la ciambella dei Re Magi per non parlare della treccia greca che si mangia a capodanno (quello greco naturlich…) Oh! Il dolce bretone! Io amo i dolci perche’ non posso sopportare nel modo più’ assoluto tutto quello che e’ amaro, che non esiste armonia nell’amarezza. Lo hai mai notato? Ma lascia stare per favore. Io so che tu non sei ebreo”

“Non sono ebreo ma vivo qui a Gerusalemme”

“ahhh, eh? Nu?”

Se ne stava ora in silenzio a fissarmi con quei suoi occhi da pazzo. Grossi ciuffi di peli neri gli uscivano dal naso e dalle orecchie.

“Sei forse un cristiano che vuole fare breccia nelle mura di Gerusalemme?”

“essere cristiani non ti rende automaticamente crociato”

“Ah! no! eh…Nu?” Mordechai mi lanciava occhiate di traverso e un mezzo sorriso da folle saggio gli apparve sulla bocca. Poi continuo’.

“Il ventisette Novembre dell’anno millenovantacinque dell’era cristiana alla chiusura del concilio di Clermont il papa Urbano Secondo, chiamando a raccolta i cavalieri del mondo Cristiano e li esorto’ a punire quello mussulmano e a liberare i sacri luoghi cristiani della Terra Santa. Quella Crociata termino’ sulle mura di Gerusalemme nel giugno del millenovantanove con una vittoria di incredibile portata per tutto il mondo cristiano”

Chi era dunque quest’uomo che parlava con accuratezza della Storia di quelli che in fondo erano stati i nemici della sua gente e che tanto da fare si erano dati per sterminarli? Era forse un saggio che aveva deciso di rifiutare il mondo e abbracciare una vita da vagabondo? Forse era uno studioso ebreo, di quelli che spendono la vita chini su testi misteriosi che improvvisamente aveva deciso di lasciare tutto e partire e alla fine era arrivato a respirare l’aria sacra di Gerusalemme. Libero di suonare la sua musica meravigliosa in libertà’ e dirigerla non verso i passanti ma verso il cielo stesso.

“allora sai quello che fecero i tuoi fratelli cristiani?”

Non ero pronto per quel tipo di conversazione. Annuendo mi accesi una sigaretta. Cercavo di non guardarlo negli occhi. Come se mi vergognassi di me stesso e di essere cristiano.

Fumavamo in silenzio.

“sei un Bal-Tshuve” mi domando’ dopo un lungo silenzio.

“mi dispiace, ma come ti ho detto prima, non parlo l’ebraico.”

Mordechai roteo’ gli occhi e poi li levo’ al cielo con l’espressione di chi stia parlando con una bambino che si ostina a non voler comprendere il significato delle cose che gli erano state dette. O come se avessi parlato da idiota cosa che evidentemente Mordechai si aspettava dal sottoscritto.

“non e’ ebraico. E’ yiddish. Significa Penitente, cioe’ quello che torna per osservare la legge” mi spiego’ con un tono sarcastico eppure paziente al tempo stesso.

Penitente? Tra i mille motivi che cercavo per cercare di giustificare la mia decisione di venire ad abitare a Gerusalemme non avevo mai contemplato questa possibilità’. Forse davvero la mia anima desiderava in qualche modo di essere mondata. Cercavo forse anch’io di tornare verso una legge di Dio? Volevo riavvicinarmi al Creatore Supremo? Dovevo ammettere a me stesso che forse quest’uomo stralunato aveva ragione.

In qualche modo siamo tutti dei penitenti. Mi tornarono in mente le parole del protagonista del romanzo “Il Penitente” di Isaac Bashevis Singer: “tutti i fatti accaduti fino a quel momento avevano congiurato a portarmi in quella città’…mai prima di allora avevo sentito con tanta forza la mano della Provvidenza”. No, ancora non mi sentivo un penitente. Mi accorsi che in fondo mi dispiaceva.

“no, non sono un penitente” dissi a bassa voce.

Il cameriere torno’ al nostro tavolo e ordinai altre paste per Mordechai e caffe’ nero per me. Mi accesi l’ennesima sigaretta. L’aria era diventata più’ calda e il cielo era completamente libero da nuvole. Un piccione solitario camminava tra i tavolini del bar, beccando in terra qualche briciola. Per un momento invidiai quell’uccello. In fondo era libero e agli occhi di Dio anche lui aveva la sua importanza.

Guardavo Mordechai riempirsi di paste. Lui era anche più’ libero del piccione. Ingollato l’ultimo pezzo di brioche si puli’ il mento con la manica sudicia della sua camicia fissandomi con quel suo sguardo allucinato.

“devo andare…devo andare, sono rimasto con te anche troppo tempo” Sorrisi. Come se io fossi Alice nel Paese Delle Meraviglie che incontra il coniglio che andava sempre di fretta. Mordechai si avvicino’a a me e un forte odore simile a quello delle cipolle mi assali’.

“non dimenticare mai la cosa più’ importante’

“e quale sarebbe?”

“der vos farshatat zein narishekeit iz a kluger…colui che e’ consapevole della sua follia e’ saggio e questo non e’ ebraico, ma yiddish”.

Se ne ando’ e lo vedevo affrettarsi in mezzo alla confusione di Ben Yehuda. Torreggiava più’ alto di tutti, camminando in fretta verso qualche destinazione misteriosa dove avrebbe suonato quel suo magico violino.

O forse scroccato sigarette a un gonzo in tutto simile a me.

 

 

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I AM CHARLIE

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Aujourd’hui Je suis français.

 

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9-10 November 1938. Kristallnacht (Vergessen Wir Nicht).

kristallnacht:candles

November 9-10, 1938.

Let’s not forget the pain and injustice. They do not age.

Never.

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C’era Una Volta…

chagall-vue-de-vitebsk” La piccola città’ era situata al centro di una pianura e non c’e monte o bosco che la delimiti. Si estende in piano. Comincia con piccole capanne e con piccole capanne finisce. Le case succedono alle capanne. e da qui partono le strade…Al loro punto d’incrocio si trova la piazza del Mercato. All’estremità’ della strada nord-sud c’e la stazione ferroviaria. Una volta al giorno arriva  un treno passeggeri…Quando piove si deve prendere una carrozza perché’ la strada e’ lastricata e l’acqua vi ristagna. La povera gente si raggruppa e prende un’unica carrozza, dove riescono a trovar posto sei persone che pero’ non possono star sedute. Il ricco siede da solo in una carrozza e per la corsa paga più’ di sei poveri…Gli otto vetturini sono ebrei. Sono ebrei devoti che non si tagliano la barba, e tuttavia non indossano il lungo caffettano di alcuni loro correligionari…Il sabato non guidano. Di sabato del resto nessuno ha niente da fare alla ferrovia. La città’ conta 18,000 abitanti, 15,000 dei quali sono ebrei…dei 15,000 ebrei, 8,000 vivono di commercio. Sono piccoli bottegai, bottegai più’ grossi e grandi bottegai. Gli altri 7,000 sono piccoli artigiani, operai, portatori d’acqua, studiosi, addetti al culto, inservienti della sinagoga, insegnanti, scrivani, copisti della Tora’, tessitori di Tallet, medici, avvocati, impiegati, mendicanti e poveri disgraziati che vivono della pubblica carità’…”

Questa e’ una tipica cittadina ebraica dell’Europa orientale, illustrata magistralmente da Joseph Roth nel suo libro Ebrei Erranti (Milano 1985). questa era la Shtetl, il mondo antico e perduto. Una realta’ sociale antica di centinaia di anni, nel cuore dell’Europa, ma sorprendentemente lontana e distante. oggi purtroppo dimenticata. Un mondo antico per molti versi misterioso e inaccessibile che ‘e stato distrutto dalla follia dell’uomo, anche se ancora abbondantemente descritto in magistrali pagine della letteratura Yiddish.

Per gli ebrei che vivevano nella Shtetl la vita era dura, sia per gli adulti che per i bambini che erano costretti a vivere un’infanzia brevissima. A quattro anni iniziavano ad andare al cheder, la scuola elementare giudaica, dove trovavano molto spesso maestri ignoranti e brutali che li subissavano di angherie e che rendevano la loro vita dura anche fuori dalle misere pareti di casa. Poiché’ la maggior parte degli abitanti della Shtetl non la si poteva certo considerare ricca. Si trattava di piccoli artigiani, a volte contadini, venditori ambulanti o persone che lavoravano nell’ambito della comunità’. Molto spesso lo stesso rabbi versava in cattive condizioni sopravvivendo con quello che la comunità’ pagava quando si recava da lui per redimere qualche controversia di tipo spirituale o materiale. E va da se’ che essendo le comunità’ spesso povere, anche la loro guida se la passasse male.

La cultura ebraica attinge le sue origini da una tradizione millenaria. E’ inevitabile perciò’ una ricchezza fuori dal comune di componenti ultraterrene e imbevute di antica superstizione.. La stessa essenza dell’ebraismo, e cioè’ Jahwet e quello che da Lui deriva (praticamente tutto), oltre a essere sacro, e’ magico. E di questa magia la tradizione degli ebrei orientali era intrisa sino all’osso. Il confine tra il sacro e il magico può’ essere sottile e ambiguo. Di questa ambiguità’ la Shtetl era intrisa. Il tipico abitante di ogni piccolo paese, villaggio o borgo dell’Europa orientale, credeva ad ogni sorta di superstizione.

Questo mondo e’ stato distrutto. Ricordiamolo, così’ che forse noi possiamo imparare dal passato e spargere dunque amore. Non odio.

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Zia Yentl; Ovvero il Desiderio di Raccontarsi di Quelli Senza Voce

 

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Vi siete mai domandati perche’ raccontiamo storie?

Se facciamo attenzione, in ogni cultura, possiamo notare come sia forte e spesso impellente il desiderio di passare ad altri una conoscenza precisa oppure una diceria vaga e senza confini se non quelli delle storie stesse, ondivaghe, che  fluide passano da persona a persona.

” I talenti epici sono piuttosto frequenti in Oriente. In ogni famiglia c’e’ uno zio che sa raccontare storie. si tratta per lo più’ di poeti silenziosi che rimuginano tra se le loro storie, oppure le inventano al momento e le modificano mentre le raccontano” annota nel suo libro sugli ebrei orientali Joseph Roth (Joseph Roth, Ebrei Erranti, Milano 1985, il libro apparve per la prima volta a Berlino nel 1927 presso le edizioni  ‘Die Schmiede’). Ancora Walter Benjamin come “Considerazione sull’opera di Nicola Leskov” aveva predetto la morte dello scrittore-narratore, di colui cioè’ che costruisce la sua narrazione sulle storie raccontate da altri.

Provate ad immaginare, in qualsiasi tradizione popolare una figura come ad esempio quella della zia Yentl, tipica della tradizione letteraria dell’Europa Orientale. Esattamente come fa la zia Yentl nel racconto L’Immagine (Isaac Bashevis Singer, L’Immagine, Milano 1987, traduzione di Mario Biondi): Zia Yentl si sfrego’ la fronte, quasi si fosse dimenticata che ne aveva in mente una. “Che cosa? Ah si! E’ successo a Krashnik…”

Il raccontare storie e’ un’arte antica e condivisa da molti popoli. A volte quest’arte rivive laddove era stata dimenticata o smarrita.

Noi dobbiamo raccontare. I poveri e derelitti lo fanno spesso. Se vi fermate per strada a parlare con un vagabondo, di quelli che puzzano e sono vestiti di cenci neri e lisi simili ad un cielo invernale ricco di nuvole grasse, potreste scoprire gemme inaspettate.

Ho scoperto da tempo, che quelli che noi riteniamo senza voce, invece a volte, ne hanno una molto forte.

Impariamo ad ascoltarli.

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Shmul-Leibel e Shoshe, A Love Story

Older love

Oggi sono stanco di leggere e di vedere intorno a me storie negative, fatte di morte, terrore e merda.

Dunque ho deciso di offrirvi una storia d’amore; quella di Shmul-Leibel e Shoshe, protagonisti di  Breve Venerdì, uno dei racconti piu’ toccanti della letteratura europea dello scorso secolo, scritto da Isaac Singer  e definito da Claudio Magris “uno dei più bei racconti coniugali della letteratura contemporanea”.

Questo racconto e’ storia di un amore vero. Quello grande che resiste al tempo pur mantenendosi vivo e costante. I due protagonisti di questa storia Shmul’Leibel e Shoshe appunto racchiudono in loro tutta l’essenza dell’amore stesso; la completa unione delle due anime e la fusione del loro spirito. Addirittura sino al sacrificio finale.

Shmul-Leibel e Shoshe si amano di un amore profondo e romantico, seppure senza mai diventare tragico. La loro e’ una semplice storia d’amore di quelle che ne vorresti sempre. I due vivono la loro vita semplicemente, nella loro dignitosa povertà’, ricchi della felicita’ coniugale e nel rispetto delle loro leggi. “Shoshe lo aiutava in tutti i modi possibili, ogni giovedì andava a ore presso le famiglie ricche per lavorare la pasta […]. Era inoltre una sarta più’ brava del marito, e quando lui incominciava a sospirare oppure si gingillava e borbottava tra se e se […] Shoshe gli toglieva il gessetto tra le mani e gli mostrava come doveva continuare”.

Anche se pura, non manca la sensualità , ma si tratta di un’espressione del corpo tesa a soddisfare l’anima più che i sensi stessi. I due si amano profondamente e da qui nasce lo stupore di Shmul-Leibel; “Egli avrebbe voluto rispondere, e invece le suggello’ le labbra con un bacio. Poi la prese e ne amo’ il corpo. Ogni volta che Shoshe gli si concedeva, il miracolo della cosa lo stupiva di bel nuovo. Com’era possibile che lui, Shmuel-Leibel possedesse un simile tesoro tutto per se’? […] A questo punto le accarezzo’ il viso, il collo e i seni […] e Shoshe che lo amava e traeva piacere dalle sue carezze, lo lascio’ fare”.

Marito e moglie sono due personaggi in uno. L’uno non potrebbe esistere se non esistesse l’altro. Essi si completano perfettamente in un’armonia rara, abbracciati alla perfetta stesura narrativa del racconto. Anche la morte stessa e’ solo apparente. Mero passaggio da uno stato fisico a uno spirituale e di gran lunga migliore, dove regna la felicita’ assoluta. ” Si, i brevi anni di tumulto e di tentazioni erano finiti. Shmuel-Leibel e Shoshe avevano raggiunto il vero mondo. Marito e moglie tacquero. Nel silenzio udirono un battito d’ali, un canto sommesso. Un angelo di Dio era venuto a guidare Shmuel-Leibel e sua moglie Shoshe in Paradiso”

 

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It Was June 4, 1989

Tienanmen

La memoria a volte e’ mignotta.

Ci vogliamo ricordare quello che ci piace e che ci fa sorridere. Quello che e’ facile o magari quello che ci ha fatto spargere una lacrima minuta senza nessuna importanza.

Dicevo: la Memoria e’ mignotta. A volte ci urla nel cervello e ci squassa un pezzo d’anima. La mia, troia, lo ha fatto stamattina. Mi ha fatto ricordare di un giorno di fine primavera di venticinque anni fa’.

Il 4 di Giugno 1989.

Il muro di Berlino stava già’ scricchiolando. Di li a poco migliaia di ungheresi, tedesco-democratici dentro ridicole Trabant, cechi che erano ancora slovacchi e umanità’ varia dell’est europeo avrebbe tracimato verso una chimerica libertà’ così come fa un fiume della bassa che e’ stanco di stare dentro argini imposti. Che anno il 1989. Meglio del 1985 per il Brunello o del 1964 per il Barolo.

Ma non andate a dirlo ai cinesi. Da settimane migliaia di loro erano a Tiananmen Square nel centro di Pechino. Protestavano in pace. Volevano solo  un sistema politico che fosse più’ inclusivo. Io me lo ricordo. C’era speranza. Mi ricordo anche come la visita di Gorbachev venne interrotta in fretta e furia. Chissà’ che pensava quel giorno Michail?

Ma i ragazzi di Pechino non avrebbero mai vissuto quello che invece andava succedendo nell’Europa dell’Est. Il 4 giugno 1989 carri armati e truppe d’assalto dell’esercito cinese assaltarono la folla inerme riunita a Tiananmen  Square. Migliaia vennero uccisi e ancora di più’ furono arrestati e giustiziati senza processo.

State pur sicuri che come ogni anno il governo cinese farà’ passare il 4 di Giugno in silenzio, Come se non fosse mai esistito. Come se dal 3 si fosse passati al 5 di quel mese fatale.

Eppure, io e voi lo sappiamo quello che e’ successo quel giorno, e se siete troppo giovani, per favore andate a leggervi qualche giornale di allora. Se noi ricorderemo quel giorno, il sacrificio di tutti quei ragazzi non sarà’ stato  inutile.

Ricordatevi di quello che succede nel Tibet e nella regione di Xinjiang. Ricordiamoci di Cao Shunli, di Gao Yu, di Pu Zhiqiang.

It was June 4, 1989

Tienamen2

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L’Ultimo Cantore: Isaac Bashevis Singer (II)

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…La vita cambia radicalmente per Isaac. Continua il suo allontanamento dai costumi chassidici. Ha una relazione, la prima di una certa serieta’ con una donna più grande di lui: Gina Halbstark. Nel 1925 scrive il racconto In the World of Chaos, in cui il protagonista e’ un cadavere che non sa di essere morto. A questo seguono altri racconti, tra cui Oyf Der Elter (In Vecchiaia). Prende  a fare traduzioni di opere importanti della narrativa moderna , come Pan di Knut Hamsun, Romain Rolland  di Stefen Zweig e Niente di Nuovo Sul Fronte Occidentale di Enrich Maria Remarque.

Nel 1934 esce a puntate sul periodico Globus, quello che poi diventera’ il suo primo e unico romanzo pubblicato in Europa e che restera’ uno come uno dei suoi piu’ belli: Satana a Goray. La critica che riceve e’ senza dubbio positiva, anche se qualcuno lo accusa di non aver presentato gli ebrei sotto una buona luce specialmente in un momento di pericoloso antisemitismo.

Il 1935 diventa l’anno della svolta nella per Singer. Lascia la Polonia, dove l’aria iniziava a diventare pesante per gli ebrei, cosi’ come in molti altri paesi europei, ed emigra negli Stati Uniti su invito del fratello Israel, che l’anno prima era divetato redattore del quotidiano americano-yiddish Jewish Daily Forward. Partendo, oltre alle ansie e ai timori per il suo futuro, Isaac lascia Runya, la donna da cui aveva avuto il suo unico figlio: Israel. Anche se madre e figlio gia’ vivevano nell’Unione Sovietica, dove Runya, fervente comunista si era rifugiata. Lei in seguito si sposera’ con un commerciante ebreo e andra’ a vivere in Israele, mentre il figlio diventera’ giornalista e traduttore di alcune delle opere di suo padre.

Ma la vita negli Stati Uniti come per molti altri emigranti all’inizio non si presenta facile.  Arrivato con un semplice visto turistico, Singer ha grossi problemi di ambientamento oltre che di carattere legale. Subisce insomma un vero e proprio shock culturale. In seguito dira’ “…avevo l’impressione di aver perso le mie radici e di non poter piantarne altre in questo paese…”. Anche la sua vena creativa segna il passo. Sul Forward pubblica solo qualche articolo e usa spesso gli pseudonimi di Isaac Warshawasky o David Segal. Addirittura non riesce a completare il romanzo iniziato a Varsavia; Messias the Sinner, mente il fratello piu’ grande con l’eccellente romanzo I Fratelli Ashkenazi raggiunge la fama letteraria. I suoi parenti che erano rimasti in Polonia vengono deportati e moriranno di assideramento e stenti.

Nel 1937, durante una breve vacanza suoi monti Catskill, Singer incontra un’emigrante tedesca, sposata e madre di due bambini: Alma Wassermann. Isaac e Alma inizieranno una relazione clandestina che terminera’ con il loro matrimonio qualche anno dopo. La Wassermann sara’ una presenza molto importante a fianco di Singer che come lei stessa ha ammesso una volta, non aveva un carattere facile.

Di li’ a poco entra a far parte dello staff regolare del Forward e riprende a scrivere. Purtroppo nel 1944 a soli cinquant’anni muore d’infarto il fratello. la scomparsa di Israel ha su Singer un doppio effetto. Se da un lato egli piange la scomparse del suo maestro e padre spirituale, dall’altro avverte la liberazione di quel senso d’inibizione che il celebre fratello involontariamente gli causava.

Gli giunge una nuova ispirazione e scrive alcuni racconti lunghi racconti: Zeidlus il Papa, Dal Diario di Un Non Nato, La Distruzione di Kreshev. Chi leggera’ questi racconti non riesce a capacitarsi, pur se scritti in modo magistrale, a chi possano interessare quelle storie piene di spiriti e demoni in una Polonia sparita che non esiste piu’. Eppure, nonostante lo scetticismo, i suoi lavori iniziano a prendere piede tra i lettori, lanciando chiari segnali del successo che di li’a poco arrivera’…

(continua)

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27 gennaio 1945-2013

Oggi e’ il giorno della memoria.

Noi tutti siamo testimoni.

Today is the day of Remembrance.

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