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Il Violinista di Ben Yehuda

Fiddler

Dalle finestre di casa mia entrava una melodia mediorientale lenta e simile a un lamento infinito ma nello stesso tempo composto da una magia che fino a quel momento non avevo mai conosciuto. Era come se quelle note fossero in realtà’ angeli che danzavano liberi nell’aria tiepida. Quella musica continuava dal mattino alla sera quando si mischiava al rumore che arrivava dalle vie circostanti.

Il mio palazzo si trovava infatti in una delle zone più’ vivaci di Gerusalemme. C’erano negozi di tutti i tipi e per tutte le tasche. I bar erano numerosi e i tavolini si confondevano a quelli dei ristoranti per turisti sempre pieni di gente che beveva, mangiava, rideva, raccontava e si parlava addosso.

I musicisti da strada si esibivano di continuo. Uno in particolare mi aveva colpito per la sua abilita’. Era un violinista che mi ricordava quello magro e accovacciato sul tetto di “Fiddler on the Roof”, quello stesso che alla fine del film segue Tevye e la sua famiglia cacciata insieme a tutti gli ebrei da Anatevka.

Era magro e allampanato. Altissimo. Con i vestiti che sembrava non volessero stargli addosso. La sua musica era incalzante ma nello stesso tempo triste.

Musica da Shetl. Musica da fantasmi e dybbuk. In fondo era quella musica da morti. Avevo iniziato a scoprire che qui a Gerusalemme anche i fantasmi potevano essere compagni di viaggio.

A lungo restavo in piedi ad ascoltare quel musicista appoggiato a un muro scrostato. Lo “struscio” notturno di Ben Yehuda era in pieno svolgimento come se all’improvviso tutti si fossero dati appuntamento in quella parte’ della città’. La gente se ne stava seduta ai tavoli di bar e ristoranti a parlare, bere, mangiare, ridere. I camerieri con sveltezza entravano e uscivano dai locali zigzagando in mezzo a tavoli e tavolini portando destramente sui loro vassoi varie quantita’ di cibo e bevande. Mischiati a quella folla, camminavano tranquillamente soldati con volti infantili di entrambi i sessi. Erano poco più’ che ragazzi e pure portavano a tracolla minacciosi fucili mitragliatori. Lo facevano con una distratta normalita’ come se quella fosse la cosa più’ semplice di questo mondo. Tristemente per loro, lo era.

In mezzo a questo quotidiano purim serale Mordechai continuava a suonare la sua musica meravigliosa. Un passante distratto di tanto in tanto lasciava cadere una piccola banconota o qualche moneta in un barattolo di latta che teneva ai suoi piedi.

Mordechai era un fantasma tornato da un mondo sparito e lontano. In quella grande confusione la sua musica saliva al cielo e forse andava direttamente alle orecchie di Dio. Quasi fosse una preghiera. Una supplica per il Creatore dell’universo.

Feci la sua conoscenza per caso qualche giorno dopo.

A pochi metri dal portone del mio palazzo c’era un piccolo caffè’ che io avevo eletto mia prima tappa quotidiana. Me ne stavo seduto a un tavolino in penombra, mi accendevo la seconda sigaretta della giornata, ordinavo un caffè’ espresso accompagnato da una bottiglietta di acqua minerale non gasata e iniziavo a legger il Jerusalem Post che essendo in inglese potevo comprendere.

Quel mattino la strada era ancora assonnata e semi deserta. Il sole giocava sapiente con le ombre che lui stesso creava. Spunto’ all’improvviso in mezzo a quel gioco di luci estivo. Mordechai camminava lentamente venendo verso di me. Lo faceva tenendo la testa reclinata leggermente in avanti e con le mani dietro la schiena. I suoi vestiti erano logori e sporchi e sembravano essere più’ appesi a una stampella ambulante che indossati da un essere umano. Una barbetta rada gli incorniciava il volto emaciato e quasi senza carne. Mentre passava davanti a me si fermo’ di scatto come se fosse stato assalito da un pensiero improvviso. In quel momento mi vide e piegando la testa da un lato, mi sorrise beffardo, mostrandomi i suoi denti che erano scarsi e marci e di un colore indefinibile perso tra il giallo e il nero. Si avvicino’ al mio tavolino chiedendomi qualche cosa in ebraico.

“mi dispiace ma non parlo ebraico” dissi in inglese. Mordechai non si scompose più’ di tanto. Assenti’ con un gesto impercettibile della testa lanciandomi uno sguardo che mi parve beffardo. E subito dopo passo’ a un inglese perfetto.

“Vuole gentilmente offrirmi una sigaretta?”

Mordechai aveva gli occhi da pazzo. Erano enormi. Due buchi neri infiniti. Aveva un naso rosso, gigantesco, attraversato da piccole vene azzurre che s’intricavano tra di loro come se fossero una minuscola rete stradale.

“Prego” dissi, prendendo il pacchetto di sigarette dal taschino della mia camicia. Mordechai l’afferro’ con la mano sottile dalle dita straordinariamente lunghe. Lunghe come non ne avevo mai viste in vita mia. Dopo che l’ebbe accesa aspiro’ una boccata ingorda facendo bene attenzione a tenere parte del fumo dentro quei polmoni che immaginai essere in condizioni disperate.

“Ah! buona”

“una di più”? Per dopo?” fu la mia offerta.

Il Violinista di Ben Yehuda mi guardo’ in silenzio sgranando quei suoi occhi enormi pieni di pazzia.

“tu sei un principe, e io accetto la tua offerta. Uno schnorrer come me non rifiuta mai le rare offerte generose che riceve”

Lo invitai a sedere con me.

“perche’ non siede con me e mi tiene compagnia, sempre che lei non abbia fretta o debba andare in qualche posto”

Ancora adesso dopo tanto tempo avverto ancora sulla pelle lo sguardo da folle di Mordechai che resto’ a fissarmi in silenzio. Non posso dire per quale motivo l’avessi invitato. Cosa sperassi di apprendere da quella conversazione. Forse era solo perché’ l’avevo sentito suonare in modo sublime quasi da far diventare il suo violino un essere umano con la musica che sembrava essere ora gemiti dolorosi, ora risate felici ora lamenti millenari. Forse tutto questo mi aveva fatto crescere la voglia di conoscere la sua storia che prevedevo fantastica. Ero curioso di sapere di più’ su di lui, che pur sciorinando risposte che a prima vista non avevano alcun senso doveva aver vissuto in modo diverso. Qualche cosa in lui si era rotto. L’onda della sua vita aveva smesso di spingere verso la riva comune e invece se ne era tornata verso il mare aperto. Verso l’oblio.

O forse gli avevo chiesto di sedersi al mio tavolo perché’ ero solo.

Solo come un cane.

Con un ghigno Mordechai si sistemo’ comodamente su una sedia vicino a me.

“siedo volentieri fratello mio sconosciuto, ma non solo per un caffè’, che ne diresti invece di offrirmi una colazione intera?”

Decisi che un paio di Marlboro e una colazione fossero un giusto prezzo da pagare per fare la conoscenza con il fiddler di Ben Yahuda.

Mi sussurro’ il suo nome sotto voce, quasi fosse un segreto di stato.

“Mordechai. Il mio nome e’ Mordechai e del tuo invece non mi interessa. Non voglio sapere come ti chiami.”

Mi guardava beffardo e per nulla imbarazzato dalle rovine che una volta erano state i suoi denti. L’espressione del volta stava mutando diventando oscura e minacciosa. Avevo capito che non potevo aspettarmi da lui risposte normali. Tentai di cambiare argomento.

“che cosa desidera per colazione?”

“paste…io amo le paste e tutte le cose dolci che esistono in culinaria, come il lakach che qui in Israele si mangia alla vigilia del Capodanno. E’ buono, fatto con il miele…ti piace il miele? Ah! Io ne vado pazzo! Ah! Così’ come amo le gallettes des rois a’ la frangipane, e la ciambella dei Re Magi per non parlare della treccia greca che si mangia a capodanno (quello greco naturlich…) Oh! Il dolce bretone! Io amo i dolci perche’ non posso sopportare nel modo più’ assoluto tutto quello che e’ amaro, che non esiste armonia nell’amarezza. Lo hai mai notato? Ma lascia stare per favore. Io so che tu non sei ebreo”

“Non sono ebreo ma vivo qui a Gerusalemme”

“ahhh, eh? Nu?”

Se ne stava ora in silenzio a fissarmi con quei suoi occhi da pazzo. Grossi ciuffi di peli neri gli uscivano dal naso e dalle orecchie.

“Sei forse un cristiano che vuole fare breccia nelle mura di Gerusalemme?”

“essere cristiani non ti rende automaticamente crociato”

“Ah! no! eh…Nu?” Mordechai mi lanciava occhiate di traverso e un mezzo sorriso da folle saggio gli apparve sulla bocca. Poi continuo’.

“Il ventisette Novembre dell’anno millenovantacinque dell’era cristiana alla chiusura del concilio di Clermont il papa Urbano Secondo, chiamando a raccolta i cavalieri del mondo Cristiano e li esorto’ a punire quello mussulmano e a liberare i sacri luoghi cristiani della Terra Santa. Quella Crociata termino’ sulle mura di Gerusalemme nel giugno del millenovantanove con una vittoria di incredibile portata per tutto il mondo cristiano”

Chi era dunque quest’uomo che parlava con accuratezza della Storia di quelli che in fondo erano stati i nemici della sua gente e che tanto da fare si erano dati per sterminarli? Era forse un saggio che aveva deciso di rifiutare il mondo e abbracciare una vita da vagabondo? Forse era uno studioso ebreo, di quelli che spendono la vita chini su testi misteriosi che improvvisamente aveva deciso di lasciare tutto e partire e alla fine era arrivato a respirare l’aria sacra di Gerusalemme. Libero di suonare la sua musica meravigliosa in libertà’ e dirigerla non verso i passanti ma verso il cielo stesso.

“allora sai quello che fecero i tuoi fratelli cristiani?”

Non ero pronto per quel tipo di conversazione. Annuendo mi accesi una sigaretta. Cercavo di non guardarlo negli occhi. Come se mi vergognassi di me stesso e di essere cristiano.

Fumavamo in silenzio.

“sei un Bal-Tshuve” mi domando’ dopo un lungo silenzio.

“mi dispiace, ma come ti ho detto prima, non parlo l’ebraico.”

Mordechai roteo’ gli occhi e poi li levo’ al cielo con l’espressione di chi stia parlando con una bambino che si ostina a non voler comprendere il significato delle cose che gli erano state dette. O come se avessi parlato da idiota cosa che evidentemente Mordechai si aspettava dal sottoscritto.

“non e’ ebraico. E’ yiddish. Significa Penitente, cioe’ quello che torna per osservare la legge” mi spiego’ con un tono sarcastico eppure paziente al tempo stesso.

Penitente? Tra i mille motivi che cercavo per cercare di giustificare la mia decisione di venire ad abitare a Gerusalemme non avevo mai contemplato questa possibilità’. Forse davvero la mia anima desiderava in qualche modo di essere mondata. Cercavo forse anch’io di tornare verso una legge di Dio? Volevo riavvicinarmi al Creatore Supremo? Dovevo ammettere a me stesso che forse quest’uomo stralunato aveva ragione.

In qualche modo siamo tutti dei penitenti. Mi tornarono in mente le parole del protagonista del romanzo “Il Penitente” di Isaac Bashevis Singer: “tutti i fatti accaduti fino a quel momento avevano congiurato a portarmi in quella città’…mai prima di allora avevo sentito con tanta forza la mano della Provvidenza”. No, ancora non mi sentivo un penitente. Mi accorsi che in fondo mi dispiaceva.

“no, non sono un penitente” dissi a bassa voce.

Il cameriere torno’ al nostro tavolo e ordinai altre paste per Mordechai e caffe’ nero per me. Mi accesi l’ennesima sigaretta. L’aria era diventata più’ calda e il cielo era completamente libero da nuvole. Un piccione solitario camminava tra i tavolini del bar, beccando in terra qualche briciola. Per un momento invidiai quell’uccello. In fondo era libero e agli occhi di Dio anche lui aveva la sua importanza.

Guardavo Mordechai riempirsi di paste. Lui era anche più’ libero del piccione. Ingollato l’ultimo pezzo di brioche si puli’ il mento con la manica sudicia della sua camicia fissandomi con quel suo sguardo allucinato.

“devo andare…devo andare, sono rimasto con te anche troppo tempo” Sorrisi. Come se io fossi Alice nel Paese Delle Meraviglie che incontra il coniglio che andava sempre di fretta. Mordechai si avvicino’a a me e un forte odore simile a quello delle cipolle mi assali’.

“non dimenticare mai la cosa più’ importante’

“e quale sarebbe?”

“der vos farshatat zein narishekeit iz a kluger…colui che e’ consapevole della sua follia e’ saggio e questo non e’ ebraico, ma yiddish”.

Se ne ando’ e lo vedevo affrettarsi in mezzo alla confusione di Ben Yehuda. Torreggiava più’ alto di tutti, camminando in fretta verso qualche destinazione misteriosa dove avrebbe suonato quel suo magico violino.

O forse scroccato sigarette a un gonzo in tutto simile a me.

 

 

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Shmul-Leibel e Shoshe, A Love Story

Older love

Oggi sono stanco di leggere e di vedere intorno a me storie negative, fatte di morte, terrore e merda.

Dunque ho deciso di offrirvi una storia d’amore; quella di Shmul-Leibel e Shoshe, protagonisti di  Breve Venerdì, uno dei racconti piu’ toccanti della letteratura europea dello scorso secolo, scritto da Isaac Singer  e definito da Claudio Magris “uno dei più bei racconti coniugali della letteratura contemporanea”.

Questo racconto e’ storia di un amore vero. Quello grande che resiste al tempo pur mantenendosi vivo e costante. I due protagonisti di questa storia Shmul’Leibel e Shoshe appunto racchiudono in loro tutta l’essenza dell’amore stesso; la completa unione delle due anime e la fusione del loro spirito. Addirittura sino al sacrificio finale.

Shmul-Leibel e Shoshe si amano di un amore profondo e romantico, seppure senza mai diventare tragico. La loro e’ una semplice storia d’amore di quelle che ne vorresti sempre. I due vivono la loro vita semplicemente, nella loro dignitosa povertà’, ricchi della felicita’ coniugale e nel rispetto delle loro leggi. “Shoshe lo aiutava in tutti i modi possibili, ogni giovedì andava a ore presso le famiglie ricche per lavorare la pasta […]. Era inoltre una sarta più’ brava del marito, e quando lui incominciava a sospirare oppure si gingillava e borbottava tra se e se […] Shoshe gli toglieva il gessetto tra le mani e gli mostrava come doveva continuare”.

Anche se pura, non manca la sensualità , ma si tratta di un’espressione del corpo tesa a soddisfare l’anima più che i sensi stessi. I due si amano profondamente e da qui nasce lo stupore di Shmul-Leibel; “Egli avrebbe voluto rispondere, e invece le suggello’ le labbra con un bacio. Poi la prese e ne amo’ il corpo. Ogni volta che Shoshe gli si concedeva, il miracolo della cosa lo stupiva di bel nuovo. Com’era possibile che lui, Shmuel-Leibel possedesse un simile tesoro tutto per se’? […] A questo punto le accarezzo’ il viso, il collo e i seni […] e Shoshe che lo amava e traeva piacere dalle sue carezze, lo lascio’ fare”.

Marito e moglie sono due personaggi in uno. L’uno non potrebbe esistere se non esistesse l’altro. Essi si completano perfettamente in un’armonia rara, abbracciati alla perfetta stesura narrativa del racconto. Anche la morte stessa e’ solo apparente. Mero passaggio da uno stato fisico a uno spirituale e di gran lunga migliore, dove regna la felicita’ assoluta. ” Si, i brevi anni di tumulto e di tentazioni erano finiti. Shmuel-Leibel e Shoshe avevano raggiunto il vero mondo. Marito e moglie tacquero. Nel silenzio udirono un battito d’ali, un canto sommesso. Un angelo di Dio era venuto a guidare Shmuel-Leibel e sua moglie Shoshe in Paradiso”

 

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Dedicato a Tutte Le Lavandaie del Mondo.

Vecchia lavandaia

Nel libro autobiografico dello scrittore Yiddish, Isaac Bashevis Singer, e’ contenuto uno dei racconti forse più’ belli della letteratura del Novecento: La Lavandaia.

Narra la storia triste e dignitosa della vecchia donna “gentile” che ogni settimana lavava il bucato dei Singer per pochi soldi. Questa donna anziana e sola, abbandonata da un figlio ricco, si ostinava malgrado la sua eta’ a continuare il faticoso lavoro di lavandaia (siamo all’inizio del novecento). Faticava immensamente per non dipendere da nessuno e per onorare “l’amore per il lavoro che e’ una benedizione”. Alla fine della storia durante un inverno durissimo e dalle temperature polari la vecchia va a prendere un grosso carico di  biancheria da lavare. Ma invece di restituirlo dopo pochi giorni come era solito fare, sparisce e torna, ancora più’ curva e più’ vecchia dopo due mesi. Dice di essere stata molto malata, letteralmente in fin di vita “ ma non potevo riposare in pace nel mio letto a causa del bucato […]. Il bucato non mi lasciava morire”.

Al mondo che urla e cerca costantemente  di apparire, Il mondo globale e quello dei selfie. A quello che crede che tutto sia dovuto e per sempre. Quello sordo alle violenze siano esse della guerra civile in Siria o al piano di sotto nel nostro condominio. A quel mondo di furbi che non hanno mai fatto nulla nella loro vita ma che vogliono tutto comunque, ai disonesti. A quelli che rubano all’Expo di Milano o imbrogliano le vecchiette al bancomat. A quelli che vogliono essere primi ministri così’ che possono salvare le loro aziende. A tutti questi e a questo antepongo la vecchia lavandaia di Singer.

Donna senza voce. Che non e’ mai apparsa. Che non ha mai strillato. Che non si aspetta nulla dalla vita se non la giusta ricompensa per aver fatto il proprio lavoro e bene. E a tutti quelli come lei, quelli senza voce, che sono l’elica del mondo e che lo spingono avanti in silenzio ma con dignità, voglio esprimere la mia ammirazione e la mia gratitudine.

Grazie.

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L’Ultimo Cantore: Isaac Bashevis Singer (I)

Singer

Oggi, troppo spesso tendiamo a dimenticare. La nostra memoria diventa sempre piu’ debole e obliqua. Molti non hanno piu’ voce. Essa e’ stata spazzata via dal tempo o dalla violeza. Umilmente Attenti Al Lupo cerca di raccontare chi non puo’ piu’ farlo. Isaac Bashevis Singer e’ stato il grande narratore dell’ebraismo orientale, quello stesso che e’ stato spazzato via dalla follia nazista.

Proviamo dunque a ricordare.

Isaac Bashevis Singer nasce nel piccolo villaggio polacco di Leoncin il 14 luglio 1904. Figlio di Pinchos Mendel e Basheva. Il padre rabbino, e’ un fervente seguace del movimento chassidico, una corrente mistico-popolare fondata nel XVIII secolo dal Baal Scem Tov, in opposizione al razionalismo e al formalismo talmudico. Il padre si Singer e’ un uomo estremamente pio e interamente dedito a Dio e alla preghiera mentre la madre e’ costretta a preoccuparsi della vita quotidiana della famiglia che da un punto di vista economico non naviga certo in buone acque. Per questo motivo i Singer decidono di trasferirsi prima a Radzymin (1907) e l’anno successivo a Varsavia, capitale della Polonia e centro piu’ importante del giudaismo orientale.

La famiglia Singer andra’ ad abitare in un appartamento minuscolo e malsano di via Krochalma nel cuore del quartiere ebraico; quella stessa via che tornera’ spesso nei suoi scritti  come uno degli habitat preferiti dai protagonisti delle sue storie. Infatti nella Krochalma la tipologia umana e’ talmente varia da essere perfetta per la creazione di molti  variegati ed indimenticabili personaggi singeriani. Ladri, rabbini, prostitute, madri di famiglia, giovani studenti di yeshivah e avventurieri di ogni risma.

Anche a Varsavia pero’ la vita non si rivela tra le piu’ facili. In piu’ i genitori di Isaac per convincerlo dell’esistenza di Dio prendono a narrargli innumerevoli storie di demoni, diavoli, spiriti malvagi che vengono sulla terra per dannare gli uomini in generale e gli ebrei in particolare. alla sua angoscia infantile Isaac trova conforto nell’amicizia della piccola Shosha, sua vicina di casa e coetanea che gli dara’ lo spunto per il magnifico personaggio, forse uno dei piu’ belli di tutta la sua narrativa, dell’omonimo romanzo.

Negli anni antecedenti la prima guerra mondiale (dunque quando era ancora molto giovane) Isaac pur senza maneggiare perfettamente l’alfabeto ebraico, inizia a leggere di nascosto la Cabbala cioe’ l’insieme delle dottrine mistiche ed esoteriche della tradizione ebraica che riguardavano Dio e i misteri piu’ profondi dell’universo e che si ritenevano fossero rivolte a un numero esiguo di persone. Inizia anche a scrivere, e nei suoi primi appunti dimostra di non gradire l’educazione ebraica tradizionale, come infatti ha detto  lui stesso “…tutto era peccato nella nostra casa…disegnare era peccato…correre anche…tutto insomma aveva una chance di diventare peccato…”.

Nel 1914 la famiglia Singer si trasferisce finalmente in un’appartamento piu’ grande, addirittura con il bagno e l’allacciamento del gas. In questo periodo il fratello maggiore Israel Joshua, inizia ad occuparsi di letteratura e filosofia e a dubitare nello stesso tempo di Dio e del libero arbitrio e influenzando in questo modo il giovane Isaac. E’ bene ricordare che Israel Singer diventera’ a sua volta un grande scrittore, autore di epici ed indimenticabili romanzi di grande respiro storico e narrativo come I Fratelli Ashkenazi e La Famiglia Carnovsky.

Isaac intanto, prende a trascurare le letture religiose e strettamente ebraiche avvicinandosi anch’egli a letture profane. Di nascosto dal padre legge Delitto E Castigo di Dostoevskij e scopre Spinoza di cui si appassionera’ oltre misura. Con il procedere della guerra, a Varsavia giungono schiere di fuggiaschi russi e scoppia un’epidemia di tifo. Il fratello Israel che aveva disertato la chiamata alle armi ed era scomparso per alcuni mesi, riesce a pubblicare il suo primo racconto sulla vita chassidica in Polonia. Varsavia non e’ piu’ abitabile, e i Singer, tranne il padre di Isaac, Pinchos Mendel, si trasferiscono in campagna  a Bilgoray, paese d’origine della madre. In questo periodo, Isaac, inizia  a leggere Strindberg, Turgeniev, Tolstoj, Maupassant, Cechov ed inizia a dare lezioni d’Ebraico per guadagnare qualche soldo.

Nel 1919 torna a Varsavia per andare a studiare nel seminario rabbinico di Tachkemoni; ma nel giro di qualche settimana l’abbandona, anche perche’ quello che gli veniva insegnato, lui, Isaac, lo conosceva gia’. Nel frattempo il fratello Israel diventa coeditore della rivista Literarische Blatter e gli trova un posto da correttore di bozze. Isaac pero’ non riesce a scrivere nonostante ci provi con tutto se stesso. Medita addirittura il suicidio. Poi finalmente ha un’illuminazione: capisce che per scrivere deve usare la sua lingua, quella che ‘e veramente sua.

L’Yiddish. D’ora in poi scrivera’ solo in questa lingua…

(continua)

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